Il 31 luglio 2009 l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato l’uso in Italia del Mifepristone, denominazione sperimentale RU-486, con l’obiettivo di offrire un metodo meno traumatico in caso di interruzione di gravidanza.
Le prime referenze sull’efficacia di tale farmaco, esistono da più di vent’anni e sono confermate dalla diffusione di “RU-486” come strumento consolidato di pratica clinica a livello mondiale che ha lo scopo di migliorare le condizioni in cui le interruzioni di gravidanza vengono effettuate, come del resto esplicita la stessa legge italiana 194/1978 all’art. 15: “Le Regioni, d'intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l'aggiornamento del personale sanitario sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza”.
In Italia la confusione nasce dall’informazione parziale portata dai media , dai giornali, ma anche dallo Stato Vaticano che interferisce, come sempre, nelle scelte dello Stato Italiano con argomenti che non aprono dibattiti costruttivi sulle questioni etiche e morali ma semplicementeli chiudono con dogmi, (peraltro mutevoli nel corso dei secoli) che conducono le donne in un percorso di repressione psicologica e svilimento personale.
Dovremmo invece considerare il metodo farmacologico un’opzione fornita dal servizio sanitario di un paese civile e un diritto della donna di poter scegliere un metodo meno invasivo e traumatico della pratica chirurgica, così come accade negli altri Paesi d'Europa.
In Francia il farmaco ha compiuto 20 anni, venne messo in commecio nel 1988. In Gran Bretagna due anni dopo, in Spagna nel 1994, in Germania nel 1999. Gli altri paesi in cui è attualmente utilizzata sono: Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia,Grecia, Lettonia, Norvegia, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia, Ungheria. E' in via di approvazione definitiva in Portogallo e Romania.
Peraltro, con la proposta fatta in Italia di regolamentare l’assunzione del farmaco imponendo un
ricovero ospedaliero di tre giorni, vista la scarsità di posti letto nelle strutture ospedaliere nazionali, si corre il rischio che la paziente abbia già oltrepassato
il limite (49° giorno) entro cui è possibile intervenire con la RU-486 vanificando così l’introduzione di questa importante terapia per la salute della donna.
Le donne esprimono forte perplessità sulle modalità proposte per l’assunzione del farmaco e sullo svilimento morale con cui stampa e televisione stanno trattando l’argomento.
Ancora una volta bugie e mancanza di chiarezza.
Diamo voce alla nostre storie, alla nostre vite, alla nostra autodeterminazione



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